La tentazione di andarsene: perché i giovani cercano lavoro fuori dall’Italia

Da circa un decennio a questa parte si sente sempre più parlare del fenomeno della “fuga di cervelli”.

Inizialmente si trattava descrivere quell’esercito di studiosi e ricercatori altamente specializzati che illusi e delusi dal sistema accademico e lavorativo italiano si sono sentiti costretti ad abbandonare la terra natia per cercare fortuna all’estero.

Attenzione: “cercare fortuna” in questo caso non va inteso come lo si intendeva un secolo fa, durante il grande esodo che vide milioni di connazionali partire alla volta delle Americhe. Allora si trattava di un cercar fortuna in senso stretto: si partiva per un mondo lontano sperando di riuscire a trovare qualcosa di meglio rispetto al nulla che esisteva in Italia.

Se un tempo lasciare temporaneamente l’italia significava per i giovani solo un’occasione per apprendere una nuova lingua, ad esempio, imparare l’inglese, o lo spagnolo, adesso il cosiddetto “viaggio all’estero” assomiglia sempre più spesso ad un “Addio Italia!!””

Molti dei giovani cervelli che a partire dagli anni 2000 hanno valicato le Alpi, invece, lo hanno fatto nella consapevolezza che Paesi più meritocratici li avrebbero accolti a braccia aperte, garantendo loro un compenso adeguato alle competenze che portavano con sé. In molti casi, i nostri cervelli non hanno neanche dovuto mobilitarsi di propria spontanea volontà, bensì sono stati chiamati direttamente dagli Enti stranieri, consci già dal tempo del potenziale inespresso di cui l’Italia abbondava.

A ricercatori e studiosi, hanno ben presto fatto seguito liberi professionisti, giovani imprenditori e ambizioni startupper che in Italia non hanno trovato modo di esprimere il loro estro e realizzare i loro progetti a causa di un sistema ostile, lento e perennemente impantanato in lungaggini burocratiche.

Anche per questa categoria di professionisti valgono le stesse ragioni dei ricercatori: all’estero si la vora sodo ma si guadagna meglio, ed il singolo viene valutato per quello che fa, non per quello che è.

Libertà di inseguire i propri obbiettivi in un ambiente competitivo ma pur sempre meritocratico, maggiori prospettive di carriera e l’immediato raggiungimento di una stabilità economica che nel Belpaese sarebbero impossibili da immaginare: queste sono le principali ragioni per cui sempre più giovani italiani non resistono alla tentazione di andare a lavorare fuori dall’Italia.

La tendenza è in continuo aumento, ed ha finito per coinvolgere anche quelle categorie non specializzate quali quelle dei camerieri, baristi e manovali.